Qual è il modo più divertente per fare esercizio?
Quale sport non smetterei mai di praticare?
Il karate.
Punto.
E no, non è una risposta da palestra motivazionale del cazzo: è proprio una questione fisica, mentale, esistenziale.
Quando pratico, mi rimetto in asse col mondo. (Sebbene il karate lo pratichi assieme ai tuoi Otagai a piedi nudi – tu e loro – ma dei tragici piedi parleremo in un altro momento).
Comunque.
Fine del rumore, fine delle pose, fine delle cazzate: rimango io, il tatami — cioè quello spazio dove si pratica il karate, ignoranti! — e tutto quello che mi porto dentro.
E lì succede la cosa più semplice e più bastarda da accettare: sul tatami non combatti contro gli altri, combatti contro te stesso.
Sempre.
E il problema è che da te stesso non ti stacchi mai.
Non esiste pausa, non esiste ferie, non esiste pensione.
E dunque capisci una cosa: non puoi vincere, non definitivamente.
Puoi solo combattere ogni giorno.
E quel combattimento ha un nome molto meno epico ma infinitamente più vero: miglioramento. E siccome ogni giorno migliori, a meno che tu non sia chiaramente un coglione o uno che ama perdere tempo facendo il figo con le toppe delle palestre che io ti cucirei addosso non sul gi (il karate-gi, ossia la divisa, che non è il kimono, brutti infami), impari che migliori ma non finisce mai la battaglia. E così impari il concetto principe per amare te stesso: l’indulgenza.
Il karate è pieno di questi concetti che ti rimettono in pace con te stesso proprio perché ti sbattono in faccia che la guerra è interna e permanente.
Non basta un post per spiegarlo, ma qualche coordinata ve la do, anche perché prima di ogni esame pratico c’è quello teorico e certe cose devi saperle dire oltre che fare.
E quindi vi uso per ripassare i concetti storici.
Io pratico uno stile che si chiama Go Ju Ryu — stile duro e morbido. E già qui dentro c’è tutto: movimenti lenti, respirati, controllati, e poi tecniche esplosive che quando arrivano addosso non è che “fanno male”: ti bucano proprio.
È uno stile nato a Okinawa — che per chi non lo sa è Giappone solo per conquista, ma gli okinawesi sono okinawesi e basta, senza inventarsi secessioni del cazzo — e nasce da una necessità molto concreta: a un certo punto, nel Seicento, un editto reale proibisce alla popolazione okinawese, già litigiosa e sanguigna di suo, di avere armi.
Fine.
Cioè, no, il cazzo.
Siccome in giro era pieno di miliziani del re che rompevano le palle e facevano camorre, i contadini si attrezzano: inventano tecniche di combattimento a mani nude già prima del karate e del kobudo — che di fatto dopo sviluppano comunque sempre loro — e iniziano a usare oggetti della pratica agreste come armi.
Perchè gli Okinawesi sono i più incazzosi umani del pianeta, come già detto.
E sono pure un sacco machisti.
E tutte le armi del kobudo sono per dire oggetti agricoli: il Bo è il bastone — sì, quello tipo Donatello delle Tartarughe Ninja — che altro non è che il manico degli attrezzi; i tonfa della polizia, tipo quelli che a Genova facevano la macelleria messicana, sono in origine le chiavi dei mulini; i sai, i “pugnali” di Raffaello, sono piccoli aratri da semina — non hanno lama, ma se te ne ficco uno nel collo poi vediamo come la metti.
Allo stesso modo le tecniche del karate sono concepite per entrare nei punti scoperti dell’armatura dei samurai: collo, occhi, pomo d’Adamo, perineo, lato palla, fronte del gomito, dietro al ginocchio, lato del ginocchio, sotto le orecchie — dove non c’è elmo e a momenti nemmeno cranio — e lì, sì, muori. E quindi era un modo molto efficace per fare in modo che quei miliziani, oltre che in tutti questi punti, lo prendessero anche al culo, in senso pienamente tecnico.
E le proiezioni, che sono un acchiappare la gente in un certo modo, torcere in un certo modo ma apparentemente piano la parte afferrata e quello grida e si muove da solo per cadere perchè meglio cadere che non il dolore atroce che sente a resisterti.
E tipo funziona sempre.
Pure se sei un anziano.
Il bello è che queste tecniche, già intuitive a Okinawa, vengono poi raffinate dal fatto che gli okinawesi sono un popolo come detto litigiosissimo e machissimo, e quindi spesso nei trecento anni tra il 600 e il 900, andavano in Cina a fare stage di combattimento presso maestri cinesi — tipo della Gru Bianca o altri stili di kung fu — vivendo a casa loro da sguatteri per anni pur di imparare tecniche ancora più assassine.
Il cinese, odiato dai giapponesi, diventava automaticamente interessante per gli okinawesi: coerenza geopolitica perfetta.
Da qui nasce il Go Ju Ryu, uno degli stili più antichi e tradizionali, diretta discendenza del Naha-Te, cioè “mano di Naha”, la vecchia capitale di Okinawa. Il nostro maestro di cui dopo diremo il nome, va a fare lo sguattero a casa del nipote di un discendente caduto in disgrazia della figlia dell’imperatore che aveva inventato lo stile della Gru Bianca… e diventano cazzi da cacare, perchè quello stile è assassino a dita nude, veramente. Mira agli occhi. O al pomo d’Adamo. Ti fa le moine come la Gru e tu dici, ah stile del cazzo, mica del drago, della tigre, che cazzo sarà mai la gru, e invece!
Formalmente il Go JU Ryu prende forma a fine anni ’20, quando stanco dallo sfruttamento da sguattero e già sicuro del fatto suo e di quello che aveva imparato il maestro finalmente torna a casa e nel 1931 viene mostrato per la prima volta all’imperatore infame Hirohito — per fargli capire, diciamo così, che gli okinawesi sapevano fargli “un Ito così”.
Hirohito se ne innamora e decide che quello è patrimonio dell’intero Giappone, pur venendo da Okinawa, e che deve diventare un biglietto da visita nel mondo.
Così nel 1934, insieme ad altri stili più “facili” e più “olimpici” — come il Ryuei Ryu, roba da esaltati perchè significa stile degli stili – ryu è stile, no? – o lo Shito Ryu, che non significa niente perché è un acrostico dei maestri avuti dal fondatore Mabuni — viene riconosciuto ufficialmente.
A quel punto un messo imperiale viene mandato a Okinawa dal nostro maestro totale del Go Ju Ryu di cui ora vi svelo il nome: Chōjun Miyagi – sì, Miyagi, vi ricorda. qualcuno? – che gli chiede: “scusi, maestro, voi come vi chiamate? perché ci piacete tanto e dobbiamo dare un nome a questa cosa”.
Quello ci pensa un anno, giusto per rompere il cazzo ai giapponesi, e l’anno dopo risponde: Go Ju Ryu. Stile duro e morbido.
Perfetto.
E come non mi stanco di dire, la base di tutto è il Sanchin, che nei dojo di Okinawa si pratica anche per anni prima di passare al primo kata di combattimento, perché è respirazione ed è madre di tutto il resto.
Sanchin significa “tre battaglie”: con te stesso, con cielo e terra, o con il tuo te stesso passato e futuro. Io il Sanchin lo pratico anche a casa, perché purtroppo vivo in Occidente e qui la pratica del karate non è vissuta come a Okinawa: qui hai calendari, esami, progressioni. Là no: l’esame lo fai quando il maestro decide che non può più migliorarti su quella cosa.
Punto.
E quindi io devo anche accelerare e imparare altre cose: Gekisai Dai Ichi e Gekisai Dai Ni — “attaccare e distruggere” uno e due — dove ichi e ni sono uno e due, e poi la sequenza continua: san, shi, go, roku, shichi, hachi, kyu, ju — e sì, sette si può anche dire nana, ma a me suona frocissimo e sulla eterosessualità nei dojo marziali non si transige.
E se vedete un Sanchin vi rendete conto di quanto siano machi: respirano facendo versi tremebondi che io ancora non riesco a fare, ma sto imparando e ho tutto il tempo.
In Occidente, per simulare Okinawa, il Sanchin lo porti a esame di cintura nera; altrimenti prima è “solo” riscaldamento e meditazione.
Solo, si fa per dire.
Io adesso sono in fase di esame: passaggio da cintura arancio a cintura verde. Sono pronto, sono carico, e posso dire senza ironia che sono felicissimo.
Il karate mi sta dando molta più centratura, serenità, consapevolezza e sfida con me stesso rispetto alla boxe. E sono felice che lo stia facendo anche mio figlio, perché gli sta insegnando rispetto, amore per se stesso, disciplina, impostazione.
E soprattutto, a entrambi — con età, sfide e sensibilità diverse — sta insegnando una cosa difficilissima: essere indulgenti con se stessi.
Perché il karate si pratica allo specchio. E lo specchio nel dojo sta la, non va via mai. E nello specchio ci sta quello da battere. Tu e i tuoi errori. Ma pure tutto quello che di buono fai.
Perché l’unica verità è che te stesso, fino in fondo, non lo sconfiggi mai. Nemmeno se sei cintura nera e decimo dan — cioè praticamente solo Miyagi, e poi premio ritirato.
Tanto dovevo.
Marzialità,
(invece di…)
piesse vi vuole dire che ne avrebbe ancora tantissimo da dire, ma sta scrivendo il post la sera di Pasqua esclusivamente per tenere in linea i caratteri da battere anche oggi e quindi per oggi crede di aver già dato, ma ci torniamo su tante tante cose. Promise.
