Hai delle notizie straordinarie, incredibili e fantastiche. Qual è la prima cosa che fai?
VERBALE DI RICEZIONE DI NOTIZIE STRAORDINARIE, INCREDIBILI E FANTASTICHE
Capitolo I – Compressione iniziale
Alla comunicazione delle notizie sì definite il corpo reagisce prima che le parole abbiano finito il lavoro. Lo sterno scende di un dito, come con un palmo poggiato sopra e spinto. Piano. Il respiro si accorcia e resta alto. Inutile. La lingua si incolla al palato, salivazione azzerata. Nella nuca compare una pressione precisa, una forma sottile di preparazione a un dolore già conosciuto. Il soggetto non pensa, ma il diaframma sì, e si irrigidisce. Le notizie continuano a parlare. Il corpo cerca difese da una minaccia che apparentemente non esiste.
Capitolo II – Attivazione del boia
Il boia entra. Non ha bisogno di spazio. Si colloca dietro, dove il collo non vede. La presenza è intuibile dal modo in cui le spalle del soggetto si alzano di mezzo centimetro e non tornano giù. Il boia è calmo. Non ha fretta. Il soggetto deve accorgersene da solo. Il boia pesa, ma non tocca. Non ancora.
Capitolo III – Memoria corporea primaria
A tre anni il corpo aveva già imparato. In casa c’era troppo: troppi giochi, troppo zucchero, troppi pigiami nuovi, troppa felicità. Il corpo era caldo, pieno, rilassato. La mamma era felice. La mamma aveva soldi da spendere. Poi la porta. Un rumore secco. Gli uomini grigi e blu dentro. Il pavimento che smette di essere pavimento e diventa superficie da rovistare. Mani ovunque. Il corpo piccolo si stringe senza capire. Le parole grandi non entrano, ma entrano le vibrazioni: qualcosa viene tolto. Qualcosa finisce. Parole difficili. Ricettazione. Sequestro. Due anni e sei mesi. Domiciliari. Finita la giostra.
Capitolo IV – Evento di rottura
Il bicchiere di succo d’albicocca cade. Mani che rivoltano tutto troppo in fretta. Non esplode. Si apre. L’arancione si allarga lento. Il corpo del bambino segue la macchia come se fosse sua. “Non ho fatto pipì, però.” La madre si gira. Lo sguardo arriva prima delle mani. Le mani arrivano prima del sentimento. I due colpi dietro la testa non fanno male subito. Fanno rumore dentro. Il cranio vibra. Le bestemmie di tutti i morti rimbombano. Il corpo registra: quando sei felice arrivano, quando arrivano qualcosa si rovescia e la colpa cerca te. Il boia, in quel momento, ha trovato casa.
Capitolo V – Sintomo stabilizzato
Da allora alla felicità segue nausea leggera. Non sale allo stomaco, resta a metà. La schiena si contrae quando le cose vanno bene. Le ginocchia perdono forza davanti alle promesse. Il corpo anticipa: stringe, abbassa, chiude. La pelle diventa più spessa. Il boia non deve più presentarsi, è già lì, incorporato all’altezza sacrale come una vertebra in più. La coda del demonio.
Capitolo VI – Applicazione al presente
Le notizie straordinarie, incredibili e fantastiche vengono ricevute come segnale d’allarme. Il torace si svuota. Il respiro diventa un lavoro. Le tempie pulsano. La mandibola si serra fino a far male ai denti. Il soggetto immagina sotterranei senza volerlo. Vede macchine ferme che aspettano. Vede corridoi stretti. Sente l’odore del ferro freddo. Nel sedere e sui denti. Il boia è operativo. Sta misurando.
Capitolo VII – Stato di contenimento
Il soggetto riduce i movimenti. Tiene le braccia aderenti. Non allarga. Non festeggia. Ogni entusiasmo viene trattenuto nello stomaco fino a diventare acido. Il corpo preferisce il dolore previsto al crollo improvviso. Si annota che nessuna notizia viene considerata innocente e che la felicità, se lasciata libera, produce sintomi peggiori.
Capitolo VIII – Chiusura
Il verbale si conclude con il soggetto in posizione di attesa. Il corpo è pronto, teso, compatto. Il boia non ha ancora colpito, ma è già presente in ogni muscolo. La stanza è bassa. L’aria poca. Tutto ciò che era stato chiamato fantastico viene tenuto fermo per evitare danni maggiori. Fine del verbale. Il dolore resta disponibile.
Dal soggetto verbalizzato:
Mi chiamo Nicola Nico Morgese, ho venticinque anni e sto a Bitonto, in periferia, in mezzo a palazzi storti e teste pure peggio. Vengo da una famiglia che prima faceva paura, mo’ fa giusto ridere. Mio padre sparito, fine. Mia madre è rimasta con me e con la merda fino al collo e per campare faceva entrare roba rubata in casa, pacchi, scatoloni, cazzi e mazzi. E rivendeva. Quella roba e le sigarette a contrabbando. Io ero piccolo ma non ero scemo. Ero pure viziato, perché finché va bene, sta bene. Poi sono arrivati gli sbirri, le carte, le condanne, tutto sequestrato, tutto finito. Da un giorno all’altro non si poteva fare più un cazzo.
Ora mia madre va a pulire il culo ai ricchi, sorride come la stronza educata e torna a casa stanca morta. Io faccio quello che so fare: spaccio, porto piatti, mi muovo e mi infilo dove posso. Non mi sento in colpa e non mi sento migliore. Così si campa se nasci qua, punto. Io lo so che questa vita non è giusta, ma non è nemmeno l’ultima. Io aspetto solo di rimettere in piedi la giostra, anche se so che di solito finisce a schiaffi e manette. Non mi fido di niente che va bene, non credo alle favolette, perché quando sei felice qualcuno sta già arrivando a romperti tutto. Però continuo. Perché a fermarti muori piano, e io non c’ho tempo
