Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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Niente produzioni originali.
Solo realtà prelevata.
La montiamo qui.
E resta in primo piano.
Esplicita? Cazzo, che credevi?!

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Appunti preliminari alla trascrizione

Luogo: Chiesa di Santa Lorenza Piccina, Roma
Data: non annotata
Orario stimato: tra le 16:40 e le 16:55
Posizione dell’ascoltatore: terza panca a sinistra, vicino al confessionale chiuso
Condizioni ambientali: luce fredda, impalcature nell’ala laterale

Rumori di fondo rilevati:

  • fruscio continuo di spazzole e stracci
  • colpi secchi di martello ovattati
  • voci di capimastri che parlano di malta e tempi (“domani asciuga”, “no così no”)
  • un rosario recitato a bassa voce da una donna anziana dietro
  • passi che si avvicinano e si allontanano più volte
  • una tosse secca, probabilmente del sagrestano
  • un cellulare che vibra una volta sola e poi viene spento

(Il dialogo seguente è stato registrato a tratti, con interruzioni dovute al passaggio di persone e al rumore dei lavori.)


Trascrizione

(raccolta da un devoto presente in chiesa. Chiede di restare anonimo)

Sagrestano:
Don, io glielo dico adesso così poi non ci diciamo che non ne abbiamo parlato.
Quell’angioletto lì, quello a destra, là, vicino al quadro, secondo me la faccia ce l’ha già.

Parroco:
Ma che stai dicendo?

Sagrestano:
Dico che se lo guardi bene lo sai pure tu: dev’essere lei.
Giorgia, La Premier.

Parroco:
Ma sei impazzito?! Gli angeli non hanno sesso!

Sagrestano:
Appunto. E lei è una donna, ma si fa chiamare il presidente del Consiglio.
Teologicamente è na botte de fero.

Parroco:
Non funziona così la teologia.

Sagrestano:
Funziona che se non ha sesso né è omo né è donna, quindi può somigliare a chi vuole. Di un volto, siamo a parlà… mica il corpo.

Parroco:
Sì, ma non può essere proprio uguale uguale, oh!

Sagrestano:
Don, è se non è uguale, però è finto.
E il finto in chiesa è menzogna.
E la menzogna in chiesa è doppio peccato.

Parroco:
Ma una somiglianza vaga non se pò fa?

Sagrestano:
Essè! Vaga? Famo ride’.
O lo fai o non lo fai.

Parroco:
E poi ci ritroviamo le polemiche.

Sagrestano:
Le polemiche te le trovi comunque.
Almeno così magari arriva qualche offerta.
Lei per ste cose c’ha na fissa!
Li colleziona, i puttini!

Parroco:
Mah…

Sagrestano:
Poi vedi quante femministe smettono di borbottare di ‘ste fregnacce: patriarcato, er maschio…

Parroco:
Senti, io però formalmente non devo saperne niente.

Sagrestano:
Formalmente non lo so nemmeno io, figurati…

Parroco:
Ma se il restauro lo devi fare tu, sull’altare?!

Sagrestano:
Eh, ma tu dì che sono un vecchio rincoglionito.
Oppure che c’ho quella malattia che ti fa dire sempre le parolacce.
Così in chiesa non mi si può intervistare.

Nella chiesa di Santa Lorenza Piccina, incastrata tra un supermercato e una rampa di garage, da qualche giorno succede una cosa strana che nessuno vuole spiegare bene. Nell’ala restaurata c’è un affresco con degli angioletti. Uno di questi, guardato di sbieco, sembrerebbe avere il volto di Giorgia Meloni. Una somiglianza difficilmente negabile.

Il parroco dice che non ne sa niente. Lo dice con una voce che sembra sempre sul punto di chiedere scusa. Il sagrestano invece dice molte cose, tutte insieme, e quasi sempre bestemmia. Dice che la faccia c’era già. Dice che non è stata aggiunta. Dice che l’ha dipinta lui venticinque anni fa, quando nessuno guardava e nessuno fotografava. Dice che allora nessuno si lamentava.

Il sagrestano vive sopra la chiesa, in un appartamento con le tapparelle sempre mezze abbassate. Sa tutto di tutti. Sa chi entra, chi esce, chi si confessa troppo spesso e chi non si confessa mai. Quando viene interpellato, tra una madonna e un santo, afferma che lui non ha restaurato niente, ha solo ricalcato. Dice che quella faccia stava lì, sotto. Aspettava.

Intanto i fedeli guardano l’angelo e poi guardano il telefono. Qualcuno dice che è suggestione. Qualcuno dice che è una provocazione. Qualcuno dice che è solo un angelo che guarda male.

Il sagrestano intanto continua a dire parolacce e a negare tutto. E l’angelo, dall’alto, sembra ascoltare.

Qualcuno, però, è anche pronto a giurare di aver sentito bisbigliare dalla pala, in romanesco stretto. Qualcosa come “mei cojoni!”

Gian Marco Rinaldi, 39 anni, giornalista romano. Vive in affitto in una palazzina anni Settanta con l’ascensore che si blocca spesso. Lavora nell’ufficio stampa di una piccola agenzia immobiliare, dove scrive comunicati su bilocali “luminosissimi” che non vede mai. A cottimo corregge bozze di dialoghi per fotoromanzi per adulti, occupandosi soprattutto di coerenza dei nomi e punteggiatura.

Si occupa di cronaca iperlocale: chiese minori, litigi tra vicini, assemblee condominiali finite male, statue spostate di notte. Prende appunti su taccuini che poi perde. Crede che Roma sia una città che spia se stessa.

Non ha mai vinto premi. Non li cerca. Dice che le storie migliori sono quelle che nessuno vuole firmare.

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6 risposte

  1. Avatar gattapazza

    Mi hai incuriosito e sono venuta a leggerti.
    Esilarante, è il me cojioni ci sta tutto, la malattia che fa dire le parolacce 🤣🤣🤣.
    Lo spunto era davvero irresistibile e direi chi ti sei divertito pure tu, complimenti 😊

    1. Avatar Domenico Mortellaro
      Domenico Mortellaro

      Grazie mille davvero gentilissima! Mi diverto e mi diverte tornare a vivere là blog-sfera. E mi costringe a scrivere e tornare sui social!

      1. Avatar gattapazza

        🙂Più che costringere ti deve divertire 😉

      2. Avatar Domenico Mortellaro
        Domenico Mortellaro

        No, ti assicuro, si tratta davvero di costringermi a tornare. Scrivere, qui da me si scrive per lavoro. Il problema è che si sta fossilizzando uno stile – ed è cosa che ho sempre provato a scansare, prima. Devo costringermi a che torni ad essere anche un “esercizio” che mi porti a toccare registri differenti, stili divergenti, temi che non tratto nella mia giornata. Altrimenti, per l’appunto… finisce per restare un lavoro e basta. E raffreddarsi.
        Tutto qui!

      3. Avatar gattapazza

        Allora torna 😉

  2. […] (sì, esoftalmico, tipo la coppia di occhi della Meloni, esatto, avete indovinato) […]

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