Stamford, Connecticut. 16 febbraio 2009. Pomeriggio.
La prima cosa che si dice sempre di Travis è che sapeva aprire il frigo.
Non che fosse uno scimpanzé adulto, non che avesse il peso di un armadio pieno o una forza progettata per spezzare alberi e non cucine componibili.
No: sapeva aprire il frigo.
In America, in fondo, saper aprire il frigo è già una forma di integrazione.
Travis arrivò in quella casa per lenire un vuoto. Una coppia senza figli, una casa normale un po’ troppo silenziosa, la decisione di non prendere un cane ma qualcosa di più antropomorfo. Qualcosa che assomigliasse vagamente a una persona. D’accordo, forse troppi peli, ma capace di restituire uno sguardo, una reazione, l’illusione di una reciprocità. Travis fu scelto per questo. Non come animale, ma come presenza.
Viveva in una casa normale, di quelle che sembrano fatte apposta per non far sentire la mancanza di nessuno: un divano, una televisione, il silenzio educato dei pomeriggi. Beveva bibite troppo zuccherate, guardava la TV, indossava vestiti.
Vestire uno scimpanzé è una forma avanzata di fiducia nel futuro, una scommessa sull’idea che tutto possa restare così com’è.
Gli ospiti ridevano. Ridevano perché sembrava funzionare, e quando qualcosa sembra funzionare nessuno ha davvero voglia di chiedersi cosa succede quando smette. Intanto Travis cresceva, e cresceva nel modo sbagliato: umano.
C’era già stato un incidente, uno di quelli che provi a non raccontare mai come il primo, nella speranza fosse un’eccezione e non un avvertimento. Travis era in auto, seduto davanti, sul sedile del passeggero quando un uomo, passando, gli lanciò addosso una bibita. Un gesto inutile, maleducato, ingiusto. Una di quelle cose che tra umani finiscono con una parolaccia. Ma Travis non era un umano, e non era più uno scimpanzé. Travis reagì.
Scese dall’auto. O meglio, si tolse la cintura di sicurezza per scendere dall’auto. Un dettaglio fondamentale. Travis rincorse l’uomo con la bibita ancora in mano, lo raggiunse, lo colpì con una determinazione che non aveva niente di caotico. Poi lasciò lì il bicchiere, come si lascia un oggetto che ha già esaurito la sua funzione. La regola era stata violata. La risposta era stata data.
Dopo fu sedato, e quando si seda uno scimpanzé la tragedia diventa inspiegabilmente comica: il corpo enorme che crolla, le voci che si abbassano, e poi lui che si risveglia confuso.
In pigiama.
Un pigiama da uomo, vero: pantaloni larghi, maglia morbida. Uno scimpanzé in pigiama è una barzelletta perfetta, l’immagine che ti fa pensare che no, non è pericoloso. Travis sembrava dire: stavo solo dormendo. E tutti sembravano rispondere: continua pure.
Quando morì l’uomo di quella casa, il padre di Travis, ci fu un funerale. Travis indossava un abito elegante, composto, scuro. Si comportò con trasporto e con misura. Accarezzò la bara, perché aveva visto altri fare quel gesto e ne aveva intuito il senso. Era commosso nel modo in cui può esserlo chi ha imparato a imitare correttamente un’emozione. Nessuno, nemmeno allora, volle chiedersi cosa stesse davvero accadendo.
Il giorno dell’aggressione finale arrivò in un momento di quiete. Un pomeriggio sereno, tè e biscottini, il tipo di tranquillità che fa abbassare tutte le difese. L’amica della padrona di casa entrò, parlò, agitò un mazzo di chiavi come si agita un sonaglio per bambini. Le chiavi tintinnarono, brillarono, fecero rumore. Per uno scimpanzé, un mazzo di chiavi non è un oggetto offensivo per natura, anzi.
Per Travis non poteva e non doveva essere un sonaglio per bambini.
Non lì, non allora, non con lui.
Travis non vide una persona. Vide un’altra regola violata.
Quello che successe dopo fu brutale. Pugni, morsi al volto, una mascella spaccata, il corpo umano che cede sotto una forza che non è stata progettata per misurarsi con la fragilità. Centoventotto punti di sutura. Il dolore, la paura, l’irreversibilità. Ma la rabbia di Travis non aveva nulla di sadico. Era ferocia senza cattiveria, coerenza senza morale. Una risposta sproporzionata, sì, ma comprensibile. Tragicamente comprensibile.
Mentre Travis mutilava la donna, la sua padrona chiamò il 911. Quel numero, un dettaglio che appartiene a un altro linguaggio, quello dell’emergenza e dei protocolli. Quando la polizia arrivò, Travis tentò di fuggire. Sfondò il finestrino dell’auto di servizio e provò a mettersi alla guida, come aveva visto fare infinite volte. I poliziotti spararono. Travis, ferito, riuscì a rientrare in casa e a nascondersi. Fu trovato morto poco dopo, nella stanza dove c’era la sua gabbia.
Come se, alla fine, avesse saputo esattamente dove tornare.
Fuori, succede sempre, il mondo si riordinò in frasi serie.
Si disse che Travis era pericoloso, imprevedibile, che non doveva stare lì. Tutto vero, tutto tardivo. Per anni Travis era stato una battuta che funzionava: lo scimpanzé che apre il frigo, che beve, che sembra capire. Quando ha smesso di far ridere non è diventato un mostro. Sì: è diventato coerente.
E il problema non è che si sia ribellato. Il problema è che abbiamo chiamato ribellione ciò che era solo la fine di una pessima idea. Travis non ha mai capito perché doveva essere umano. Noi non abbiamo mai capito perché non lo fosse.
In mezzo restano un frigo che si apre e si chiude, una casa normale un po’ vuota, una bibita lanciata da un finestrino, una cintura di sicurezza slacciata, un mazzo di chiavi tintinnante e rumoroso, un pigiama, uno smoking e una bara da accarezzare, una mascella rotta, centoventotto punti di sutura e tre revolverate d ordinanza. Letali.
Quelle per Travis.
E una tragedia che, per troppo tempo, era sembrata solo una gag riuscita.
Thomas R. Halvorsen è un etologo statunitense e giornalista scientifico. Nato nel Midwest, si è formato tra biologia comportamentale e studi evolutivi, con un dottorato conseguito presso un’università pubblica della East Coast e periodi di ricerca sul campo dedicati ai primati e ai grandi mammiferi sociali. Ha collaborato con istituti di ricerca indipendenti e programmi di osservazione etologica in Nord America e Africa orientale.
Parallelamente all’attività accademica, scrive da anni per quotidiani e riviste di area generalista e culturale, occupandosi del rapporto tra uomo e animali, delle derive antropomorfiche nella divulgazione scientifica e delle contraddizioni etiche della convivenza interspecifica. Ha sempre rifiutato la partecipazione a programmi televisivi di divulgazione mainstream, che considera spesso riduttivi e spettacolarizzanti, e guarda con crescente sospetto anche ai grandi marchi editoriali, ritenuti sempre più allineati a narrazioni emotive e semplificate.
Tra le sue pubblicazioni figurano saggi e reportage su primati in cattività, addomesticamento estremo e violenza “accidentale” nel contatto uomo–animale. Vive con la moglie e due figli in una cittadina del New England. Suona il pianoforte, restaura vecchi mobili e pratica birdwatching all’alba, convinto che l’osservazione silenziosa dica più di qualsiasi spiegazione.
