Chi si lamenta non chiede aiuto.
Chiede tempo.
Il tuo.
Il lamento non ha urgenza, ha occupazione.
Riempie gli spazi morti come una musica d’ascensore messa apposta per farti sapere che sei intrappolato. Arriva sempre quando stai facendo altro.
Mai quando potresti davvero ascoltare.
Si lamentano del traffico mentre sei in macchina con loro.
Del lavoro mentre sei al lavoro di fianco a loro.
Della vita mentre stai cercando di superarli senza farti notare.
Il problema non è il contenuto.
La persistenza è il problema.
Il lamento è una forma di arredamento emotivo: una volta tirato fuori dagli scatoloni resta lì, anche quando non lo guardi più.
Chi si lamenta vuole consenso, non soluzioni.
Vuole che tu annuisca: il mondo è storto.
Più di tutto, pretende che tu resti.
Non puoi andare via. E, no, non basta mai un “ok”.
La cosa più violenta del lamento è che ti rende corresponsabile.
Se ascolti, partecipi.
Se partecipi, sei dentro.
E poi c’è quel momento preciso in cui capisci che potresti risolvere tutto con una frase breve. Una sola, semplicissima, cazzo di frase breve.
Ma non la dici.
Per educazione. Per stanchezza.
Perché anche tu, a volte, vuoi solo lamentarti.
Di chi si lamenta, I suppose.
E resti lì.
Ad annuire.
In una giornata che non te lo doveva.
